Il bullismo è fatto di gesti e parole. Voci e atteggiamenti che emarginano i soggetti più fragili e vulnerabili. Una parola detta in un certo modo, in una determinata occasione, può suonare come una sentenza di condanna. Senza appello e pietà.

Ma il bullismo può nutrirsi anche di silenzi, di parole taciute, non dette.
C’è il silenzio dei bulli, che significa “non ti considero, ti ignoro, ti escludo”. Ci sono i silenzi delle vittime, quelle parole strozzate in gola e seppellite sotto il peso della propria inadeguatezza.

bullismo

Ma c’è un terzo silenzio. Quello, altrettanto pesante, di chi non è coinvolto in prima persona, ma assiste o sa. Un muro di indifferenza che contribuisce a rinchiudere i prigionieri della vergogna. O perlomeno a non dare loro una via d’uscita.

Penso che rompere questo silenzio sia un dovere anche dei professionisti della comunicazione, a tutti i livelli. Video, racconti, articoli, interventi pubblici: ciascuno, a diverso titolo e con le specifiche competenze, può esporsi e rompere questo silenzio assordante. La sfida al bullismo si vince anche così.